Archive for the ‘Racconti Brevi’ Category
Il Re Triste – Parte III
Rieccoci all’appuntamento col Re Triste (per le parti I e II andate quì e qua oppure quò)
Questa volta la storia avanza poco: si conclude l’attacco al castello e nuovi personaggi si apprestano a entrare in gioco…
I fumi della battaglia visti dalla collina sembravano spirali di anime migranti verso il cielo.
Gran parte della corte del castello era in fiamme e la guardia reale, forte della guida illuminata del capo dei soldati, era riuscita a rompere l’accerchiamento e arretrava lentamente verso l’interno, come se ogni passo indietro fosse una sconfitta più dolorosa della morte.
Scintillati nelle loro armature macchiate di sangue, il manipolo di eroi resisteva compatto e ordinato nonostante la situazione psicologica avversa.
La mente superiore di quegli uomini garantiva loro di resistere alla furia caotica del popolo inferocito.
Mentre la massa nera avanzava verso la porta interna del torrione principale alcuni paesani se ne distaccavano attirati dall’idea di saccheggiare il più possibile mentre gli altri erano in combattimento.
La bramosia di ori di costoro, però, si rivelò più dannosa di un assalto di tarme ad un vecchio armadio in legno.
Pian piano, infatti, sempre più paesani si allontanavano dal gruppo in combattimento per esplorare le torri vuote da saccheggiare, indebolendo la formazione e concedendo sempre più vantaggio ai soldati.
Approfittando di questo momento di incertezza la guardia reale (i cui sopravvissuti si contavano ormai sulle dita delle mani) ripiegò entro le mura del torrione principale.
Chiuse le porte iniziarono a barricarle con mobilio e quant’altro.
Li raggiunse il re, vestitosi in armatura con la spada reale pronta ad essere sguainata.
“Sire” – disse il capo delle guardie – “la folla ha invaso le altre sezioni del castello, ormai combattere prolungherebbe di poco la nostra vita.
Non ha senso morire per questi zotici irriconoscenti,dobbiamo abbandonare il castello”.
Il re rimase in silenzio.
Assorto nei pensieri della propria mente raggiunse lo stato di calma assoluta.
Mentre piccoli rigagnoli di elettricità passavano tra i neuroni del suo cervello il mondo intorno a se il mondo si aprì alla sua conoscenza.
Vide se stesso, all’interno della torre coi soldati.
Vide le pareti divenire trasparenti mentre il suo raggio visivo aumentava andando a cogliere il popolo in rivolta fuori dalle mura e persino le campagne circostanti con i terreni da poco coltivati e il villaggio abbandonato in fretta e furia dal popolo iracondo.
Come una fonte di luce che spazzava gradualmente via l’ombra, la visione del re giunse a rischiarare zone lontane, fin la sulla collina dove un cavaliere nero osservava gli eventi in corso…
Di botto il re ritirò i tentacoli visivi della sua mente, tornando nella sala della torre principale del castello.
In piedi di fronte a lui il capo delle guardie aspettava una sua decisione.
“Si, so cosa dobbiamo fare ora. Prendete i cavalli, verrete con me!”
To be continued…
Il Re Triste – Parte II
Ecco il seguito della storia nata tanto tempo fa, quando le cose andavano diversamente da ora, quando qualche cosa andava meglio e qualche cosa peggio.
Quando avrei potuto leggere l’introduzione di quella prima parte senza ridere per le beffe della sorte che propone sempre qualcosa che la faccia divertire approfittando delle altrui preoccupazioni.
Questa seconda parte non è dedicata a nessuno stavolta. Forse tornerà ad essere dedicato a qualcuno il seguito di questo seguito.
Forse no.
A nessuno
Il menestrello prese il vecchio foglio dalla borsa che portava spesso con se.
Al suo interno vi erano fogli di varia natura.
Stralci di una conversazione che tanto tempo fa aveva creato molte preoccupazioni nella sua mente.
Ora stava li, con alcuni fogli lacerati dagli altri oggetti riposti nella borsa.
E quel foglio di carta con scritte a matita e in penna, scritto tanto tempo fa, seguito che poi non ebbe il proprio di seguito.
Rimase li, in attesa del ritorno del re.
Nella locanda insieme a lui posavano i propri putridi corpi altri esseri umani, creature che neanche meritavano tale definizione.
Visti con gli occhi di un uomo comune non erano nient’altro che semplici avventori, composti, seduti ai loro tavoli a sorseggiare birra o idromiele e chiaccherare in compagnia.
Il menestrello però non vedeva con gli occhi.
La maledizione di una vecchia strega, lanciata dall’altro di un balcone al primo piano ad un bimbo in fasce nelle braccia della madre, lo aveva colpito e marchiato a vita.
Egli avrebbe visto quello che gli altri non vedevano, sentito quello che gli altri non sentivano.
Vedeva l’ipocrisia che trasudava da quelle macchie umane rese mostri ai suoi occhi.
Anche il più rispettabile dei gentiluomini, tutto agghindato nel suo vestito elegante, appariva ai suoi occhi come criminale da strada unto e pustoloso; così lo dipingeva la verità della sua anima.
Il Re Triste – Parte I
Stasera volevate che vi raccontassi una storia.
Eccovela ora, dedicata a voi con tutto il cuore, proprio la parte di me piu difficile da raggiungere.
Vale doppio.
A Carlo,Cif e Sabri
C’era una volta un re triste.
Il re triste viveva nel paese della felicità.
Qui aveva una reggia imponente con torri altissime fatte di mattoni resistenti anche ai colpi delle più possenti palle di cannone.
Aveva tanti sudditi. Essi vivevano nel borgo intorono alla reggia del re triste.
Calzolai, maniscalchi, fabbri e contadini; il re esercitava su di loro la propria autorità in modo severo.
I sudditi lavoravano e pagavano le tasse, ma erano felici perché quel castello imponente che li faceva sentir sicuri e protetti dall’oscurita del mondo circostante.
Pensavano che quella protezione era grazie alle mura della reggia che racchiudeva il borgo, non sapevano che in realta’ il re era in costante lotta col regno delle tenebre per proteggerli.
Il re viveva nel maschio del castello. Questa torre svettava imponente su tutte le altre, brillando alla luce del sole grazie ai suoi enormi blocchi di solida pietra nera che stranamente al posto che assorbire la luce, la riflettevano.
Chiuso nella sua stanza in cima, sedeva a un tavolo o guardava dalla finestra e la sua mente era impegnata ogni giorno in vari duelli contro i principi del regno oscuro.
Questi arrivavano alle porte del paese, rubavano odio,rancore e cattivi sentimenti ai paesani e si dirigevano sotto forma di nebbia ad attaccare il re.
La loro nebbia era di quelle che nessuno vede ma attaccava i pensieri del re tentando di destabilizzarne la mente e condurlo alla pazzia.
La mia prigione di grafite
Immaginate di ritrovarvi imprigionati in una stanza quadrata.
Siete immersi nel buio.
La stanza è enorme, pareti dieci metri per dieci, soffitto alto sei metri.
L’ocurità non vi permette di vedere niente: solo alcuni punti sono illuminati ma da una luce talmente flebile che permette solamente di individuare i contorni degli oggetti che la emanano: una botola quadrata di 15 centimetri di lato, un cesso, un lavandino, un letto, una cartina della stanza con sopra scritte le informazioni sulla sua struttura e dimensione.
Sopra al coperchio della botola trovate un piccolo scalpello.
Andate avanti a leggere la cartina appesa al muro.
Leggete a fatica.
“La stanza a pianta quadrata è realizzata secondo uno stile sobrio e ricercato dall’architetto Von Fauset.
Le enormi pareti nere e lucide (lunghe 10 metri) conferiscono maestosità ed imponenza alla struttura.
Il soffitto a volta, realizzato anch’esso in grafite come le pareti, raggiunge nel suo punto più alto i sei metri di altezza.
Un’arredamento minimal completa l’opera grazie a un comodo letto in marmo e ad un’angolo bagno semplice e funzionale.”
Disperati iniziate a chiedervi perché siete li, iniziate a chiamare aiuto, iniziate a piangere.
Poi passa.
Poi fate “duepiùdue”: la grafite è come quella delle mine delle matite, se iniziate a grattare con lo scalpello piano piano dovreste riuscire a forare il muro.
Ci vorrà un bel po’ di tempo ma poi sarete liberi, dev’essere questo il motivo per cui avete trovato lo scalpello!
Gruvio Anvas
A leggerlo sembrerebbe lo strano nome di una persona. Signor Gruvio Anvas, nato nella città dei sogni, il quinto anno dopo la battaglia degli antidepressivi.
Gruvio Anvas però non è una persona. Mi spiace per chi si immaginava Gruvio eroico combattente o Gruvio personaggio decadente; tutte le azioni gli sono negate in quanto Gruvio Anvas è un luogo di cose.
In principio era la terra: grande board nelle mani di uno. Il giocatore piazzava le pedine, esse si muovevano e lui le guardava muoversi.
Non interveniva direttamente su di loro ma in realtà era come se lo facesse: i loro percorsi erano limitati entro certe regole che Egli aveva introdotto all’inizio nel pannello di controllo.
Accadde un giorno che nel mondo entrasse una nuova pedina. Non era un elemento esterno al sistema: il giocatore stesso l’aveva creata e piazzata in campo, la pedina era parte del sistema.
All’inizio la pedina girava, seguiva i percorsi. Una notte qualcosa cambia.
Kitoxia – Death By Water
Ecco le vostre birre.
Grazie, tenga il resto.
Alla tua.
No alla tua.
Ti amo.
***
Quella sera mi aveva proposto di andare in america questa estate. E’ sempre stato il suo sogno, diceva. Lui, io e le strade americane. Assaggeremo la salsedine del mare viaggiando a capote scoperta lungo la costa. Sarai stupenda col vento nei capelli; vedrai come è emozionante viaggiare a trenta miglia mentre l’oceano ti scorre di fianco.
Poi ti stringerai a me quando attraverseremo la pioggia. Ti addormenterai sulla mia spalla al ritmo ipnotico dei tergicristalli e io proseguirò a guidare per te attraversando strade in mezzo a foreste fitte e cupe.
Poi ci sentiremo insignificanti al cospetto dell’infinità degli spazi aperti lungo la route66. E andrò a tavoletta con l’illusione che la velocità potrà farci sentire più potenti delle distese sconfinate intorno a noi. E il V6 della macchina che noleggeremo canterà la sua melodia. E poi…
Gli ho dato un bacio, vedevo nei suoi occhi una scintilla di felicità.
Quella fu l’ultima volta. E’ morto in un incidente qualche ora dopo, c’ero anch’io.
Io ho brindato con lui con quella birra in più che lo ha reso meno lucido e non gli ha permesso di evitare quella mercedes lanciata a 130 all’ora. I suoi tempi di riflessi erano talmente superiori alla norma che solo quando era alticcio potevano essere paragonati a quelli della norma. Ma in quella occasione la norma non bastava e per quanto bravo fosse gli serviva tutta la sua lucidità persa poco prima in un bicchiere di birra.
Diceva sempre: “La vita è come un motore da corsa: preferisci scalare e tenerne alti i giri piuttosto che adagiarti su una marcia superiore: fallo cantare.” E lui cantava, e viveva ogni giorno con entusiasmo rinnovato, anche quella sera…”
Cheese
Ansima. Rumore di passi contro il freddo pavimento. Echeggiano lungo il corridoio dalle tonalità azzurre.
Corre. Una porta.
Sembra una cosa troppo scontata. Neanche fossimo in un horror o in un qualche film para-psicotico.
E’ troppo banale correre in questo labirinto fuggendo dal terrore stesso. Sento il sudore della paura che invade il mio corpo.
Devo scappare ma la porta è chiusa. Dannazione!, e io che speravo che questo corridoio fosse quello giusto.
Non ricordo neanche quanti ne ho provati, ma d’altronde è un labirinto, il costruttore doveva sapere il fatto suo.
Eh si, ora è li a casa sua. Bella villa, bella moglie, bambini simpatici.
Si gode i meritati introiti per il suo capolavoro. Fredde pareti claustrofobiche e pavimento in mattonelle stile impero manicomio.
Un’ingegnoso dedalo di vie che si dipanano per tutta l’isola.
O magari non è nella sua villa. Magari non lo hanno neanche pagato.
Tipo come i faraoni, che uccidevano il costruttore delle loro tombe.
Che poi non era neanche vero. Sarebbe stato da stupidi uccidere dei costruttori così abili, non erano molti i depositari del sapere architettonico.
No no, impossibile, siamo ai nostri tempi – bella osservazione, e in quali tempi dovremmo essere? – , non nel passato.
E’ più probabile che sia stato rapito dall’FBI o magari costantemente spiato da Echelon in attesa che una sua mossa sospetta lo tradisca e faccia intervenire le forze speciali di stanza in incognito nella sua zona.
Ma no, perchè devo pensare che questo poveretto passerà tutti sti guai? Magari è veramente li nella sua casa, magari è nel suo letto a farsi la moglie.
La moglie o la cameriera, o magari il giardiniere…che ne sai che non sia gay.
Dio quanto vorrei trovarmi a letto con un ragazzo. A letto.
O in cucina. O in bagno. O in ufficio, in ascensore, in macchina…ma a cosa penso?
Tredici

13. Il mio numero fortunato, il numero della sfiga per molti peggiore del 17.
Oggi è il 13 Dicembre e negli archivi storici che un nostalgico fra 13 centinaia di anni consulterà saranno scritti fatti, notizie, cose, persone.
Immagino scenari futuristici stereotipati, una biblioteca elettronica dalle tinte blu.
Un ragazzo sui 25 anni che si dirige verso la “sala della carta”.
E’ vuota, nessuno si interessa più a queste cose.
Le nuove generazioni non sanno dell’esistenza della carta.
Non ti ci pulisci più neanche il culo. Esistono sistemi automatizzati incorporati nel cesso che lo fanno.
Quel ragazzo prenderà un giornale sul 13 Dicembre 2005 e leggerà. Dopo poco gli si sporcheranno le mani di nero inchiostro.
In macchina lo aspetta la sua ragazza.
Lo ama molto ma non riesce a capirlo. Ogni giorno entra in quella maledetta biblioteca e ne esce con le mani sporche di nero.
Lui le ha spiegato che è a causa dell’inchiostro stampato sui giornali, ma lei non concepisce quale barbara civiltà potesse usare simili metodi di diffusione della cultura.
Banjo
Suono di archi striduli che come aghi trafiggono il mio cuore.
Note di un banjo che allevia il dolore.
Poesia di parole cantate, flusso di note squillanti che culla i sentimenti.
Ira inespressa tramite esplosione di colori.
Saturazioni eccessive tendenti allo psichedelico.
E un flauto nella nebbia…
Armonia e chaos convivono nella tempesta. Sotto le onde una ragione di serenità che non riesce a trovare espressione, sopra le onde un evidenza di disperazione che crea scompiglio.
Brusio di voci nascosto in un pentagramma, occultato dal legno degli strumenti di eterno riposo.
Passi di bambini danzanti sull’erba. Ignari.
Colori e armonie in un torpore invernale, confusione di un ego che più non é, i pensieri fuggono bombardati dal crine.
Tagliente e materno. Glorioso e assordante.